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Se non d’amore, d’interesse

Testo di orientamento al Forum Europeo di Milano

Sabato 16 febbraio 2019, nell’aula magna dell’Università degli Studi in via Festa del Perdono 7, sul tema: 

Amore e odio per l’Europa

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Amore e odio per l’Europa.

La mia risposta immediata al titolo del Forum è che manca una soluzione libidica per l’Europa.

Questo pensavo una ventina di anni fa, da adolescente, e lo penso ancora oggi. Al tempo, quando la Rete non era pervasiva come è oggi, sentivo parlare di Europa attraverso i simulacri istituzionali veicolati dai media “freddi”. La televisione, i giornali. Quasi mai dalla Scuola, tanto per fare un’annotazione. Pensavo allora come oggi che le persone intorno a me, io compreso, non avessero un legame affettivo con l’identità europea, non condividessero nulla di socializzabile in superficie, nelle battute, nelle allusioni, nei bar della vita quotidiana. Non faceva parte della nostra vita immanente, non era nell’ordine del giorno.

Volevo bene all’Europa solo perché era qualcosa di diverso dalla Guerra, dai massacri fra vicini di casa che avevano coinvolto i miei nonni. L’Europa era la Pace, ma la maggior parte dei miei amici non ci pensava nemmeno a questo aspetto.

 

Le volevo bene, all’Europa, ma non l’amavo, amarla sarebbe stato eccessivo e fuori luogo.

Per il resto, l’Europa era ed è sempre stata direttive, summit e notizie ai tele-giornali. Qualcosa a cui doversi adeguare, un’entità simile a un Super Io delle nazioni, assolutamente depotenziato nell’aspetto pulsionale, libidico, affettivo. Nella pratica ho visto degli impatti reali quando sono state aperte le frontiere e quando tutti ci siamo ritrovati con la stessa moneta, senza il bisogno di cambiare il denaro. Ma poco più. Ed alla fine a me, cittadino, non ha cambiato la vita. Anzi le cose costavano di più. Tutto il resto ha sempre e solo interessato i regolatori, i governanti e le finanze dello Stato. Sono dei livelli che non coinvolgono le persone direttamente.

Ma l’Europa era ed è la Pace, fra le nazioni. E questa cosa da sola vale già per intero la sua missione. Ma la memoria è corta, e c’è bisogno di pane quotidiano per l’attaccamento. Era follia pura ciò che accadeva durante le guerre. Follia pura. E la pace ora è asettica. Pura mancanza di contaminazioni. Pura mancanza.

Pace fra le nazioni, non in Una Nazione. Non siamo paragonabili agli Stati Uniti d’America, è una storia completamente diversa. I presidenti che ruotano all’apice del governo europeo non ci rappresentano veramente, ma rappresentano l’istituzione. O comunque lo viviamo così.

Mi occupo, come libero professionista, di innovazione digitale presso le imprese. Aiuto manager e titolari d’impresa a muoversi negli epocali percorsi di cambiamento tecnologico. Nella vita professionale osservo la percezione dell’Europa come di un fantasma anonimo e distante, che non si è mai fatto vedere di persona, che detta regole da una posizione slegata dalla quotidianità vissuta dalle persone. Mi occupo soprattutto di imprese di piccola e media dimensione, che rappresentano il tessuto basale della produzione italiana, a parziale quota di internazionalizzazione. Esse sono immerse in questioni nazionali nelle quali l’Europa appare distante come il sole al polo nord. È qualcosa di bello che dura poco nella mente. Che non porta sufficiente luce.

Nel corso di questo ultimo anno il fantasma europeo si è palesato maggiormente all’interno del mondo dell’imprese, a causa della scadenza per l’applicazione del nuovo regolamento europeo per la protezione dei dati personali (GDPR – General Data Protection Regulation). A differenza di molte altre normative europee, questa ha chiamato in causa la quasi totalità dei soggetti produttivi, che affannosamente si dono dovuti adoperare per adeguarsi ai nuovi princìpi, in moltissimi casi con estremo ritardo.

Ho avuto modo di osservare direttamente l’atteggiamento di manager e imprenditori di fronte al tema della privacy, alla sua complessità e al suo valore percepito. Molte imprese hanno dovuto per la prima volta prendere coscienza della mole e del tipo di dati personali che già transitavano nei propri sistemi, di dove tali dati venissero effettivamente registrati dal punto di vista informatico e di quanti soggetti fossero coinvolti nel loro trattamento. Questo, a mio avviso, è stato il pregio della normativa: obbligare i soggetti coinvolti nel trattamento dei dati a sedersi ad un tavolo e prendere coscienza di che cosa significhi oggi gestire dei dati personali.

È stata innanzitutto un’operazione valoriale. L’Europa ha voluto sancire il principio secondo cui la privacy è una sorta di diritto umano, da tutelare in ogni campo. Un principio che sottolinea il valore dell’identità dei singoli cittadini, espressa in questo caso dai dati riguardanti la persona. A questo principio seguono una serie di regole da applicare nella pratica, vaste ma generiche e talvolta difficilmente implementabili dal punto di vista tecnico. L’Unione Europea ha voluto esplicitare una netta differenza rispetto agli USA, dove le normative sui dati personali sono varie e specifiche di settore in settore, con una maggiore preoccupazione per l’integrità dei dati, la componente tecnica del trattamento ed il valore commerciale degli stessi, senza porre in primo piano i diritti dei cittadini.

È importante ricordare che i cittadini europei fruiscono di una quantità innumerevole di prodotti informatici che sono forniti da aziende statunitensi le quali conservano i dati negli Stati Uniti, rendendo molto difficoltoso armonizzare le normative ed effettuare reali controlli sul trattamento.

L’Europa ha voluto creare un argine normativo alla di fatto incontrollata circolazione dei dati personali dei propri cittadini, anche a seguito di noti accadimenti come il caso di Cambridge Analytica. Ha voluto dare forma a un’identità di princìpi che la ponesse in una posizione di differenza rispetto agli Stati Uniti e agli altri paesi. Un’operazione, questa, che rappresenta un importante passo politico, una dichiarazione di intenti e per ora poco di più, data la complessità della materia.

Invece che riflettere su come sostenere e difendere l’identità e la differenza dell’Europa, questo tema apre un campo di riflessione su come l’Europa può difendere l’identità e la differenza dei propri cittadini, anche sotto il profilo tecnologico. L’europeismo dei valori deve andare di pari passo con un europeismo funzionale, unica soluzione sostenibile nella modernità globale. Se non un matrimonio d’amore, deve essere perseguito perlomeno un matrimonio d’interesse, con l’Europa.

I vari nazionalismi sono caratterizzati da una qualità che definirei endemica a vari livelli della società: l’inconsapevolezza. Lo vedo di continuo anche nella mia vita professionale nel mondo digitale. Inconsapevolezza riguardo agli strumenti utilizzati e riguardo all’intera infrastruttura tecnologica che sostiene il governo della nostra civiltà. Inconsapevolezza rispetto al carattere globale di ogni azione e relazione.

Da professionista, rimango sempre sorpreso dall’effetto di trasparenza che le tecnologie hanno nei confronti dei puri fruitori. Anche coloro che si trovano agli apici del sistema produttivo e decisionale sono dei consumatori spesso inconsapevoli di sistemi tecnologici. Ormai internet è al centro delle attività di ogni impresa e di ogni organizzazione ma non riscontro un particolare interesse da parte dei soggetti coinvolti nel capire cosa avviene all’altro capo della linea, quali sono i flussi di informazioni, da chi vengono gestiti, come funziona il sistema. Finché funziona, magari anche gratuitamente, allora non ci sono problemi. Quando non funziona, parla una lingua a noi sconosciuta. Negli ultimi anni l’infrastruttura tecnologica è diventata talmente pervasiva, quasi incarnata, che si può dire stia diventando il grande inconscio della nostra civiltà, il cui linguaggio è però in mano a pochi eletti.

Credo sia difficile discutere di un’identità europea sorvolando completamente riguardo alla sudditanza tecnologica, grazie alla quale – riprendendo il discorso della privacy – le identità dei singoli europei sono gestite e anche commercializzate da paesi esteri.

Possiamo dire che oggi parte dei mezzi di produzione non risiedono più dove avviene la produzione e non sono nemmeno di proprietà dell’imprenditore. Tecnologicamente parlando, una buona fetta della produzione europea è possibile grazie a mezzi di produzione (hardware e software) che risiedono fisicamente negli Stati Uniti. E che un giorno molto probabilmente risiederanno in Cina (basti guardare al caso di Huawei in merito alla rete 5G).

L’Europa dovrebbe investire ingenti risorse al fine di creare un proprio ecosistema tecnologico in buona parte autonomo, in modo che i propri cittadini incomincino ad usare quotidianamente strumenti forniti dall’Europa, costruendo così quella forma di relazione quotidiana in grado di avvicinare l’istituzione al vissuto delle persone.

Mattia Zanin

Libero professionista in Comunicazione e Processi decisionali. Fondatore e coordinatore del collettivo Progetti PMI

 

Autore: Mattia Zanin - Project Manager | Coordinatore Progetti PMI

Autore: Mattia Zanin - Project Manager | Coordinatore Progetti PMI

Nel ruolo di project manager / problem solver, mi occupo di accelerare i processi di innovazione presso imprese e professionisti, mettendo sempre al centro le possibilità offerte dalle nuove tecnologie. In caso di necessità mi avvalgo di collaboratori e collaboratrici specializzati, in modo da formare dei team dedicati al singolo progetto [...]

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